Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 marzo 2006

Il vero spettacolo non stop è la moda. E’ lei che, guardata da tutti, corre di stagione in stagione, da Parigi a Milano, ma anche a Londra, a Tokio, alle altre città che aspirano ad entrare fra le capitali del settore. I palcoscenici su cui viene rappresentato il suo spettacolo sono molti. Le sfilate, certamente; ma anche le vetrine dei negozi, soprattutto di quelli che sono riusciti a guadagnarsi autorevolezza, ed a “fare tendenza”. Senza dimenticare i muri delle città e le pagine dei giornali dai quali giovani donne ed uomini propongono (a tutti, anche a chi potrebbe essere loro padre-madre, nonno/a), innanzitutto come vestirsi, ma anche come atteggiarsi, se essere dolci o risoluti, civilizzati o selvaggi.
La comunicazione della moda è globale non solo perché si svolge contemporaneamente in tutto il mondo, ma perché è rivolta a tutta la vita dell’uomo. Nei grandi Empori dei maggiori stilisti, a Milano o New York, Parigi, non ci si limita a vendere capi d’abbigliamento, ma ci sono ristoranti dove si mangia il sushi prediletto dal creatore della linea, o si vedono i film di culto che lui ripropone. La proposta, insomma, non è solo di comprarsi un abito o una giacca, ma di diventare una donna, un uomo, Armani o Kenzo, Dior o Versace.
Gli “spazi“ dedicati dagli stilisti ad eventi culturali (ad esempio Krizia, o Prada, per citarne solo due tra quelli che si sono mossi tra i primi in questo campo), sono diventati significativi luoghi di cultura nelle città in cui sono presenti. In questo “allargarsi” della moda, ormai da anni diventata il comunicatore numero uno, che lancia i suoi messaggi da ogni strumento mediatico, molti vedono un pericolo. Il rischio sarebbe quello del conformismo, dell’omologazione universale a modelli prefabbricati. Nella fretta di essere la donna, o l’uomo, alla moda, si rinuncerebbe ad esprimere se stessi. Questo timore è fondato.
Il primo motore della moda, quello che spinge le persone a scrutarne le indicazioni per scegliere uno stile (non a caso i sarti si chiamano ormai da tempo “stilisti”, persone cioè che propongono stili espressivi, ma anche di vita), è sì la ricerca di bellezza, ma anche quella di appartenenza. Utilizzando le proposte della moda di quella stagione, si entra più esplicitamente nel gruppo umano, e sociale, che le fa proprie, sperando che siano quelle vincenti. Con alcuni acquisti, il consumatore entra, o spera di entrare, nel “gruppo di testa” della grande corsa globale, quello che ha fatto proprie le proposte che di lì a poco, tutti dovranno accettare. Non farlo, potrebbe tagliarti fuori da tutta la comunicazione che passa dal corpo, e dalle cose che ci si mettono sopra, perché ci piacciono, ma anche per mandare agli altri i messaggi più svariati.
Oltre al suo significato di ricerca di omologazione, la moda ha però anche un altro effetto, opposto, che spiega il suo costante successo, e l’attenzione che essa riscuote. Si tratta della sua capacità di conferire aspetti di identità. La donna e l’uomo postmoderni scrutano dentro i messaggi della moda per cercare, anche, il modo di esprimere se stessi utilizzando in modo personale le proposte di bellezza e di stile di vita contenute nelle creazioni dei grandi stilisti. Scegliere tra i mondi diversi che essi propongono è anche un modo contemporaneo di cercare, ed in parte trovare, parti di sé, brandelli di un proprio linguaggio comunicativo che si esprimerà poi, anche con l’indossare un capo di abbigliamento, un accessorio, un colore. Cercare nel linguaggio per tutti, quali siano le nostre, personali, parole. Anche questo è moda.