Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 marzo 2006

L’infelicità femminile è in aumento. Come al solito, lo dimostrano innanzitutto le statistiche. Le donne con problemi di alcoolismo continuano ad aumentare, così come quelle depresse. La maggior lunghezza della vita rispetto agli uomini, si riduce continuamente tra le donne che lavorano. La precoce mortalità maschile era dunque collegata anche agli stress del lavoro extra domestico, che l’uomo ha sempre dovuto affrontare. Sarebbe sbagliato, però, considerare la maggior infelicità femminile un problema solo delle donne. E’ un vezzo di un femminismo ultradatato (abbandonato da anni dalle nuove pensatrici del sociale, come l’americana Susan Faludi), oppure di un maschilismo egoista, quello di considerare separabili i problemi di ognuno dei due generi. Più donne infelici significano anche più uomini inquieti e scontenti, meno bambini nati, e più bimbi problematici e disturbati. Significano costi sociali elevatissimi. Più donne infelici significano una comunità più infelice, meno vitale, e con meno bellezza. E’ dunque una questione sulla quale occorre riflettere, tutti insieme.
Come mai dopo mezzo secolo di marcata emancipazione della donna dagli aspetti di subalternità che ne caratterizzavano la posizione sociale, e dopo almeno trent’anni di femminismo, che ne ha profondamente modificato i rapporti personali, la donna manifesta picchi di malessere che prima non apparivano? Come mai, in particolare, sono proprio le donne apparentemente più realizzate, le donne “in carriera” dei grandi centri metropolitani, a dichiarare i disturbi più vistosi?
Le storie che queste donne raccontano ai terapeuti cui chiedono aiuto, hanno molti punti in comune, su cui vale la pena di riflettere. Sono persone che hanno investito gran parte dell’adolescenza e della giovinezza per raggiungere, nel minor tempo possibile, i migliori risultati nella formazione universitaria e postuniversitaria. Appena hanno potuto, si sono buttate a corpo morto nella carriera. Il modello di riferimento era quello, strombazzato dalla maggior parte dei media, della “donna vincente”, che cioè affrontava la vita come una battaglia, vedendo come “nemico” (da vincere), qualsiasi aspetto della vita che rallentasse la sua affermazione, compreso i legami sentimentali, quelli famigliari, i figli.
La maggior parte di loro, quando il malessere si approfondisce, è tra i quaranta e i cinquantacinque anni. Lamentano, in sintesi, una vita sentimentale e affettiva molto deficitaria, o addirittura fallimentare, che ritengono conseguenza dell’investimento prevalente, fatto sull’affermazione professionale, nel lavoro. Che, nel frattempo, ha rivelato anche alla donna i suoi lati amari, che l’uomo conosceva da tempo. Non è semplice farsi amare, esercitando il potere: il capo (se lo sei diventato) è spesso affettivamente solo. Nel frattempo sono intervenute modifiche nel modo di lavorare in azienda: tempi sempre più stretti; orari che tendono ad aumentare; tecniche e modalità in continuo cambiamento, da apprendere; preferenza aziendale per persone giovani, meno costose e più malleabili.
A questo punto, la donna in carriera, affettivamente sola, si sente truffata. Ha ragione. Tutti i media continuano a dirle che l’affermazione personale vale più di ogni cosa. Non le hanno detto però, che tutte le statistiche del mondo industrializzato dimostrano che chi è in un matrimonio vive più a lungo, e si ammala meno, di chi ne è fuori. Perché è meno infelice. Perché l’essere umano ha bisogno di affetti, di incontri profondi. Smettiamola di imbrogliare le donne; produciamo solo infelicità per tutti.