Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 febbraio 2006

“Io non c’entro nulla. Questa gente, queste istituzioni, non mi riguardano”. Parole dette, o scritte, di frequente, con tono di superiorità, che rivelano il bisogno, crescente, di prendere le distanze dagli altri. La sindrome dell’estraneità, infatti, si manifesta sempre più spesso. Non solo negli studi degli psicoanalisti, ma anche nella cultura, sui media, negli spettacoli, nella politica. Anche se si accompagna a un alone di eroismo, tuttavia, la non appartenenza è una delle grandi fonti di infelicità contemporanea. E’, infatti, l’esatto contrario della grande massima che aveva ispirato la grandezza della latinità, e dell’Occidente: nulla di ciò che è umano mi è estraneo. In quest’altra dichiarazione compare invece la decisione, e la capacità di riconoscere tutta la ricchezza che ci circonda, negli altri, e da cui fatalmente dipende anche il nostro benessere psicologico ed affettivo, la nostra felicità.
Sono due modelli perfettamente opposti. Quello latino è inclusivo, tollerante, curioso, psicologicamente profondissimo: tutta l’umanità è dentro di me, per questo voglio riconoscerla, ed abbracciarla. Il modello dell’“estraneo” contemporaneo, ultimo discendente di Nietzsche, invece, è sostanzialmente esclusivo, spocchioso. Non è importante dove egli si collochi ideologicamente: questa posizione è infatti presente, in vari modi, lungo tutto l’arco politico, anche se si fa più forte nelle posizioni estreme, dove è più facile credersi estranei agli altri, che vengono in questo caso definiti: il “sistema”.
Quest’atteggiamento di distanza non nasce da questa o quell’ideologia (anche se spesso ne rivendica una), ma da un problema personale nella relazione con gli altri. L’individuo affetto da sindrome di estraneità, infatti, non possiede un’autostima sufficiente a correre quella grande avventura umana che è l’incontro con l’altro, e con quell’aspetto particolare dell’“altro” che è la comunità, con le sue convinzioni, le sue regole e i suoi costumi. Di fronte al rischio affettivo, emotivo, ed anche cognitivo, di un vero incontro con l’altro/i, la personalità insicura si maschera dietro una distanza. E poiché il primo “altro” è proprio la comunità cui si appartiene, l’insicuro si chiama fuori, e si dichiara estraneo, ribelle. Senza appartenenze e senza vincoli. Non vincolato da usanze e leggi, e disobbediente ad ogni loro rappresentante.
E’ qui che la sindrome dell’estraneità incrocia la storia di un mitico rappresentante dell’infelicità umana: Narciso. Il bel ragazzo di cui parla il mito greco, così appassionato al proprio volto da non prestare attenzione al richiamo della ninfa innamorata di lui, continuando invece a guardare la propria immagine riflessa dall’acqua. Fino a caderci dentro, o morire di consunzione. Il disobbediente contemporaneo è infatti, per solito, un Narciso che preferisce la propria immagine ad un autentico incontro con l’altro. Che non è solo la bella ninfa, ma anche la Comunità in cui il ribelle contemporaneo vive, le sue leggi ed i suoi costumi.
Come mai, però, Narciso guarda il proprio volto, invece che incontrare l’“altro”, persona o comunità? Certo: è insicuro, e l’incontro-confronto metterebbe in discussione la sua “distanza di sicurezza”. Tutto ciò però nasce, a sua volta, da un fatto preciso: l’identità nasce da un “appartenere a”, da un essere parte della comunità umana. Insomma, proprio il contrario che sentirsi estranei. Narciso guarda nel fiume, anche per cercare il suo volto, la sua identità. Senza trovarla, perché solo nell’incontro con l’altro (con gli altri), troviamo noi stessi.