Lo spettacolo mediatico-politico
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 febbraio 2006
Spettacolarizzazione, civiltà dello spettacolo, telepolitica: tutte parole spesso associate ad un significato negativo, accompagnate da desolate riflessioni sull’involgarimento, la superficialità, la manipolazione. Ma siamo sicuri che sia proprio così? La civiltà della comunicazione, e dello spettacolo mediatico-politico, è veramente quell’orrore descritto nei luoghi comuni correnti, o nasconde qualcosa d’altro? E’ soltanto la stupidità che incolla milioni di cittadini ai televisori quando vi si compaiono i maggiori leader politici, o anche il desiderio di informazione?
Quel giudizio severo deriverebbe allora dalla difficoltà di accettare i profondi mutamenti nel modo di comunicare, e quindi anche di far politica, intervenuti in tutto il mondo, negli ultimi cinquant’anni. La comunicazione politica è profondamente cambiata, infatti, anche in Europa, dopo gli anni ’90 del secolo scorso (caduta dell’U.R.S.S.), e la conseguente crisi dei partiti marxisti, che ha poi coinvolto anche le altre formazioni politiche tradizionali. Ed ormai cittadini e politici devono imparare ad usare per il meglio questa nuova comunicazione.
Di certo, la politica presentata attraverso gli spettacoli televisivi ha completamente ribaltato la partecipazione tradizionale al dibattito pubblico. Per ricordare solo i fenomeni più macroscopici: le sezioni dei partiti sono vertiginosamente diminuite, i funzionari di partito anche, la stampa partitica è quasi scomparsa, e sopravvive perlopiù come precario strumento di finanziamento di clientele intellettuali. La politica non si fa, né si discute più, fra sezioni e burocrazie di partito. I programmi nascono, e vengono rimodellati, a seconda di come questa o quell’idea viene accolta dal pubblico televisivo (che è poi la quasi totalità del paese), dallo share che la loro presentazione e discussione riesce ad ottenere, dal dibattito che tutto ciò suscita negli studi televisivi, e da lì nei giornali, e nell’opinione pubblica. In questo tipo di comunicazione politica hanno grande importanza le capacità comunicative dei leader, il loro talento nel farsi capire dalla gente, e nel sintetizzare con chiarezza il proprio programma. Nella telepolitica, certo, alcuni importanti leader del passato, anche molto sottili, famosi per parlare a lungo senza dire nulla di preciso, non avrebbero spazio. E ciò priverebbe il paese di qualche intelligenza acuta.
Nell’insieme però, è difficile non vedere come il nuovo spettacolo mediatico- politico, arrivato in Europa con qualche decennio di ritardo rispetto agli Stati Uniti, assicuri un’informazione, ed anche una partecipazione politica, più diffusa rispetto a quella in vigore fino a quindici anni fa. Che non a caso era stata chiamata “partitocrazia”, dominio dei partiti, e dei loro apparati. Oggi il “popolo delle sezioni”, che amministrava in modo un po’ chiuso ed esoterico la politica nazionale, è stato soppiantato dal pubblico televisivo, vale a dire dall’insieme dei cittadini. Che ascolta, valuta, e poi vota. Si corre, certo, il rischio della superficialità, che la battuta prevalga sul ragionamento, che si confonda tra capacità attoriali e qualità di persone che devono poi essere uomini, e donne, di Stato. In democrazia, però, si deve aver fiducia nella capacità di valutazione del popolo, dei cittadini. Diffidare della maturità del pubblico televisivo, cioè di tutti, è ancora un atteggiamento chiuso, caratteristico della politica prima degli anni ‘90, gestita tra élites e apparati partitici. La nuova politica deve accettare la sfida della comunicazione di massa: farsi capire.





