Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 febbraio 2006
Quando si parla di droga, i pensieri degli italiani, sono soprattutto due. Il primo è: sono tutte uguali. Il secondo, opposto, è: lo spinello è innocuo, nessuno ne è mai morto. Si tratta di due pregiudizi contrapposti, ed il continuare a ributtarseli come una palla da tennis, senza mai approfondire gli effetti dell’uso delle varie droghe, ha portato alla situazione italiana attuale, dove nelle città medio-grandi il 90% della popolazione scolastica si spinella. E qualche anno dopo assume cocaina, con frequenza sempre maggiore.
In realtà, le droghe non sono tutte uguali, e non si può considerare equivalente lo spinello, di cui un individuo può far uso a lungo, e poi smettere, e l’eroina, di cui si diventa chimicamente dipendenti tra la terza e la quinta somministrazione. Dal punto di vista educativo poi, il liquidarle dicendoci: sono tutte uguali, senza interessarci dei loro diversi effetti, ci impedisce di capire meglio perché i giovani vi ricorrano, e quindi di aiutarli a farne a meno. Dire: sono tutte uguali, è dunque, soprattutto, un modo di sbarazzarci del problema, che ci ritroviamo poi a dover affrontare nelle famiglie, o nella società, anche perché non abbiamo voluto vederlo prima.
E’ poi vero che: lo spinello è innocuo, nessuno ne è mai morto? Anche in questo caso, si tratta di un modo per sfuggire al problema. Certo, non si muore, immediatamente, per overdose da cannabis, come invece accade per i derivati dall’oppio, come l’eroina. Però di cannabis (hashish e marijuana) si può morire, nel lungo periodo; e nel frattempo avere guai molto gravi. Effetto frequente è, ad esempio, una riduzione delle difese immunitarie, perché queste sostanze diminuiscono le cellule linfatiche T (che attaccano virus e batteri). Sia nell’uomo che nella donna inoltre, i derivati della cannabis provocano una graduale diminuzione della fertilità, alta pressione, tachicardia; e facilitano lo sviluppo del cancro al polmone molto più del tabacco, per via dell’elevata quantità di idrocarburi policromatici che contengono.
La ricerca, soprattutto anglosassone, ha poi stabilito, negli ultimi anni, la relazione tra assunzione di derivati della cannabis e sviluppo nella seconda metà della vita di malattie autoimmunitarie, o degenerative, come il morbo di Parkinson. Ancora peggiori sono però le conseguenze che l’innocuo spinello ha sulla psiche di chi lo fuma.
I derivati della canapa indiana abituano, infatti, chi li assume ai loro specifici effetti sul Sistema Nervoso Centrale, e sul cervello, a cui diventa difficile rinunciare. Essi sviluppano le percezioni dei sensi, ed attutiscono l’attività del pensiero, e della sensibilità morale (come anche molti psicofarmaci). Con queste droghe si sentono di più le carezze, e meno le sfide che la realtà ci pone, cui diventiamo più indifferenti (come anche allo scorrere del tempo). Poiché però la vita pone continuamente sfide e scadenze, il consumatore di cannabis esce senza accorgersi dalla realtà, di cui rimuove gli aspetti più scomodi, sia intellettualmente che emotivamente.
Nel cervello, la cannabis ha un effetto doppio (up and down) sui suoi mediatori chimici, ed accentua sia le spinte maniacali e persecutorie (all’insù), che, soprattutto, quelle depressive; ed in caso di assunzione abbondante le provoca. Inoltre diminuisce fortemente la memoria di breve periodo, e deteriora il coordinamento psicomotorio: guidare diventa pericoloso. Come dimostrano le strade del sabato notte. La favola della droga “dolce ed allegra” ha ormai circa quarant’anni, smettiamo di raccontarcela. Per il bene dei nostri figli.






Ma vaffanculo
Comment by io — January 7, 2007 @ 2:55 pm