Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 febbraio 2006
Rovistare tra i rifiuti. Non tanto per rivendere l’oggetto ancora buono e buttato via, ma per portarselo a casa. E’ la passione dei Mongo, come si chiamano negli Stati Uniti quelli che frugano tra le cose buttate. Un popolo curioso, e poco schifiltoso che ora in America “fa tendenza”: il libro che ne parla, Mongo. An adventure in trash (Mongo. Un’avventura nella spazzatura), del saggista Ted Botha, colleziona lettori, ed elogi. In genere, i Mongo non rovistano nella spazzatura per soldi. Guadagnare denaro rivendendo questi oggetti, o spenderne meno astenendosi dal comprarne di nuovi, sembra (nel libro di Botha, ma anche dalle poche ricerche esistenti), un aspetto secondario del fenomeno. Vendono, ma a malicuore, quando proprio si sono riempiti la casa e il garage di questi reperti della vita di ieri, e non si possono più muovere. Non si tratta, dunque, di un interesse economico, ma di una vera e propria passione. Che tipo di passione è, però, quella di questi raccoglitori silenziosi di cose che gli altri hanno rifiutato? E cosa significa la loro rapida crescita numerica?
Fra gli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso il filosofo Walter Bejamin studiò a lungo la storia e le forme dei Passages di Parigi, quelle gallerie dai soffitti di ferro e vetro che furono poi copiate in molte capitali europee e che avevano prefigurato, nell’800, il successivo sviluppo della società dei consumi. Nella sua ricerca sui “Passages” (pubblicata solo in questi anni in Italia, da Einaudi), Benjamin nota il momento in cui si passò dall’esposizione di merci belle e accurate, alla febbre delle “novità”, ricercate proprio soprattutto perché erano nuove, cose che prima non c’erano. E’ proprio allora che prese l’avvio quella corsa a consumi sempre più intensi e veloci, che caratterizzò poi la civiltà occidentale.
Si cominciò in quegli anni ad apprezzare le cose non tanto perché se ne aveva bisogno, o perché erano belle, ma perché erano “nuove”. La febbre delle novità aveva in sé, naturalmente, anche una forte spinta creativa. L’uomo è stato indotto a creare idee, prodotti, manufatti “nuovi”, anche perché poteva venderli, li inventava contando sul fatto che sarebbero stati richiesti. Tutto ciò produsse ricchezza, e molte cose belle, ed utili. Tuttavia, questo riempì il mondo anche di cose inutili, che un meccanismo psicologico fortissimo poi spingeva a considerare, il più in fretta possibile, spazzatura, trash, per poterle sostituire con le “ultime novità”, e mantenere così lo sviluppo economico. Un obiettivo importante, e sensato. Purtroppo però, il mondo delle novità no-stop, delle novelty, del new, è anche il mondo del trash, e disegna habitat umani sempre più in bilico tra la vetrina e l’immondezzaio.
Questa coazione alla novità, che ha dominato finora incontrastata, spiega l’attuale diffondersi dei Mongo, stravaganti avamposti di una tendenza al riequilibrio. Mentre il consumatore tipo corre ad acquistare oggetti senz’anima, purché nuovi, il Mongo riconosce (od immagina) l’anima di quelli buttati via. Mentre il primo vive il breve momento di vita di una cosa, l’altro s’interroga (fantastica) sulla sua storia, dà un futuro a qualcosa che era destinato ad una rapida fine. In questo modo i Mongo prolungano il tempo in cui l’oggetto significa qualcosa per l’uomo. Ma poiché il rapporto con gli oggetti è una parte importante della vita umana, il dare loro un passato, e un futuro, amarli insomma, amplia la coscienza dell’uomo moderno. Che ha bisogno di vivere con più amore, anche per le cose, di quanto concesso dal consumismo estremo.





