Il panico, e le sue buone ragioni
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì
Capita sempre più spesso che qualcuno si metta al volante e, avviato il motore, non ce la faccia più a mettere la marcia, e andare. O gli si chiuda la gola al momento di fare il programmato discorsetto pubblico; o gli si imperli la fronte di sudore ghiacciato quando finalmente si ritrova in intimità con la persona amata. “Crisi di panico”: è la sempre più frequente diagnosi. Ma che cosa significa, esattamente? Perché uomini, e donne, sempre più spesso, non riescono a realizzare il programma che si erano dati, e si arrestano, pieni di ansia e di paura?
Il panico è come il freno a mano improvvisamente tirato su una vettura che ha preso a correre troppo. O il segnale d’allarme azionato su un treno in corsa. Qualcosa che arresta bruscamente un movimento avvertito come troppo veloce e pericoloso. E questo è il primo dato per capirci qualcosa. Se in una società si moltiplicano le crisi di panico, è anche perché si sta correndo troppo. Si sono aboliti i momenti di pausa. Quelli che i latini chiamavano otia , indispensabili a riflettere, riposare, riprender fiato. Necessari, inoltre, per lasciare alle nuove idee il tempo di prendere forma, in modo da consentire all’otiosus, al meditante che lasciava spazio alla pigrizia, di concludere poi nuovi e più vantaggiosi negotia, affari, relazioni, contatti e contratti. Tutte cose rese possibili proprio da quel tempo di arresto, di ascolto, di silenzio, di riflessione. L’obbligo della corsa però, la coazione ad agire senza arrestarsi, non è l’unica ragione delle crisi di panico.
L’altra ragione della paura che ci attanaglia è l’obbligo di non aver più paura. La paura è arretrata, il “bon ton” raccomanda di mostrare sicurezza. Il “timor dei”, il timor di Dio, che gli uomini hanno sempre coltivato come fondamento ultimo di tutte le paure (ragionevoli, perché tutto era nelle mani del Signore, imperscrutabile e misterioso), è fuori moda, almeno dalla rivoluzione francese in poi. La scienza, che aspira a sostituire il posto del Creatore, e la politica che le crede, vorrebbero rassicurarci, ma riescono solo ad aumentare i timori.
Nel 1978, ad esempio, sotto l’egida dell’O.N.U. fu firmato l’accordo scientifico “Salute per tutti”. Vi si prevedeva che entro la fine del secolo anche nelle nazioni più povere le malattie infettive sarebbero scomparse. E’ successo il contrario. Infezioni che si credevano debellate, come la tubercolosi, sono tornate ad uccidere; nuove e temibili, come l’ ultima influenza aviaria , sono alle porte. Il fatto è che i microbi si evolvono. Il massiccio uso di antibiotici ha “selezionato” germi resistenti. Molti microbi sono “intelligenti”. Posseggono un corredo genetico che in condizioni di pericolo li fa mutare, produce un comportamento di gruppo diretto alla sopravvivenza, e consente loro di perlustrare il territorio in cui si trovano alla ricerca di materiale genetico utile a resistere ai farmaci, ai disinfettanti, alle alte temperature. Questi microbi sapienti e feroci crescono sul sapone, nuotano nella candeggina, e se ne infischiano di cannonate di penicillina.
Ecco allora sostituirsi all’antico, fiducioso “Timor di Dio”, la moderna crisi di panico. Che, rispetto al predecessore, è dotata di una dose d’ansia, di disperazione, in più. Dovuta alla delusione. Gli avevano detto, all’individuo postmoderno, di stare tranquillo, che ci pensavano loro: gli scienziati, lo Stato, l’Onu. Ed eccoli, tutti assieme, ad annunciare la prossima pandemia. Molti sorridono: a quelle garantite sicurezze, non ci avevano mai creduto. I più stressati, però, cadono nel panico.





