Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì
Duri. Avari. Capaci di pensare solo a se stessi. Molti giudicano così i giovani d’oggi. E non hanno tutti i torti. I giovani, almeno quelli che riescono ad entrare nel mercato del lavoro, sono di certo molto più calcolatori di quanto furono i loro padri, alla loro età. Non consentono a sogni e utopie di occupare la loro testa, e il loro cuore. Sono preoccupati del futuro, e si vede. Appaiono cauti, e non troppo generosi, almeno fino a quando non sono sicuri di poterselo permettere. Sfruttano i “benefits”, le economie assicurate dal poter rimanere nella casa familiare fino a quando possibile; rinviano i figli, e le relative spese, fino ai termini ultimi consentiti dalla natura. Governanti e Capi di Stato li esortano ad osare di più, a riprodursi con maggiore generosità. Loro fanno, per ora, orecchie da mercante. Cerchiamo però di capire cosa stringe il loro cuore. Dalla loro parte stanno, infatti, alcuni fatti oggettivi, ed un ampio scenario collettivo.
Questa è, infatti, la prima generazione, da molto tempo, che cresce con la certezza di poter disporre, nella propria vita, di meno risorse di quanto fossero nelle possibilità dei loro genitori. Anche quando non sono particolarmente ferrati in economia, e non leggono i giornali, è l’inconscio collettivo a fornire loro quest’informazione.
Lo psichismo profondo dell’umanità occidentale (lo si vede dai sogni, ma anche dalla letteratura o dal cinema), è passato dall’ immaginario dell’espansione, dell’allargamento dei confini, della ricchezza, che era ancora vivo quarant’anni fa, ad immagini di risorse ormai misurate, e contese da enormi masse, in tutto il pianeta. Non si vede nessuna “nuova frontiera” da conquistare. Il cinema americano, ormai, per mostrare ricchezza, è costretto a ricorrere alla storia: la guerra di Troia, Alessandro Magno, insomma fasti e opulenze colossali, ma sicuramente passate. In Occidente l’espansione si è da anni contratta e, a parere degli esperti, difficilmente potrà tornare ai ritmi ruggenti della fine del secondo millennio. Lo sviluppo delle grandi aree orientali d’altra parte, Cina soprattutto, è vissuto dai giovani occidentali come una minaccia. Che temono.
Nella loro esperienza c’è però qualcosa di anche più crudele, che ne spiega l’amarezza. Di tutte queste cose, infatti, la ricchezza ormai misurata, l’inevitabile spartizione delle risorse, il necessario ripensamento di uno stile di vita, alle nuove generazioni non è stato insegnato, seriamente spiegato, un bel nulla. La visione ufficiale continua a puntare su uno sviluppo ininterrotto (che non c’era neppure nei momenti di massima opulenza, dato l’alternarsi di cicli opposti), e su una continua espansione dei consumi. L’educazione privata, ma soprattutto pubblica, ha smesso da tempo di esaltare le virtù del risparmio e dell’aguzzare l’ingegno. Durante l’infanzia e l’adolescenza si continua a proporre ai giovani la stessa visione del mondo di venti, trent’anni fa: consumi in crescita, espansione continua. Poi, alle prime esperienze di lavoro, il brusco risveglio. L’espansione non c’è più da tempo, i consumi vanno (in realtà) limati per sopravvivere, il risparmio, pur difficilissimo, va perseguito per non trovarsi in guai peggiori alla prima difficoltà.
E’ allora che i giovani devono inventarsi uno stile di vita che non solo non è stato loro insegnato, ma che anzi è pubblicamente dileggiato, nel nome del necessario sviluppo. Vengono ufficialmente addestrati ad espandere i consumi, quando dovranno ricorrere alla pensione paterna per quadrare i conti. Soprattutto questo, li rende amari.





